Col viso nel sorriso ...

Manuale per la pratica del rilassamento profondo tratto liberamente
dal metodo del Training Autogeno di J. H. Schultz


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Una delle condizioni di base per ottenere dei buoni risultati dalla tecnica descritta in questo manuale è la regolarità della sua pratica. La brevità della sua esecuzione, d’altro canto, ne permette l’inserimento in qualsiasi programma giornaliero, anche il più pressante. I momenti più indicati sono al mattino appena svegli, prima o dopo il pranzo di mezzogiorno, la sera prima di addormentarsi. Nella fase di apprendimento l’esercizio dura circa cinque minuti; una volta presa familiarità con esso, la sua esecuzione può divenire ancor più breve, pur accrescendosene l’efficacia. E’ preferibile compiere gli esercizi sempre alla stessa ora. In tal modo essi divengono più facilmente una personale, irrinunciabile nonché ottima abitudine. I benefici che si ottengono via via lungo il percorso di questa pratica accrescono la nostra fiducia in essa. La fiducia accresce il nostro desiderio di praticarla traendone ulteriori benefici e così via.

Al momento opportuno si sceglie un posto tranquillo, silenzioso, ponendolo in leggera penombra. E’ bene sia un ambiente in cui ci sentiamo a nostro agio, senza elementi disturbanti. Per tutta la durata dell’esercizio ci cauteliamo da disturbi di qualsiasi tipo (campanello, sveglia, telefono ...) tenendoli, se possibile, disconnessi. Questi pochi minuti sono interamente dedicati a noi stessi ed all’esercizio.

Prima di iniziare muoviamo l’intero corpo, ci scuotiamo e ci massaggiamo con abbastanza energia, pur senza esagerare. Tale attività fisica ha lo scopo di risvegliarci completamente, rendere ben desti corpo e coscienza. Contrariamente a quanto si possa immaginare, è necessario essere ben vigili ed attenti durante la pratica, anche se ben lontano dall’essere in allarme od agitati. Il rilassamento profondo che si vuole raggiungere, infatti, lo è solo in piena coscienza. L’esercizio tende a farci superare un nostro limite: l’attuale livello di rilassamento di cui riusciamo a godere. Se fossimo semi addormentati la mente vagherebbe da un pensiero all’altro oppure ci addormenteremmo. Se il sonno può essere una felice conclusione dell’esercizio serale, è quanto più lontano desideriamo ottenere durante lo svolgimento della pratica. Perfettamente svegli e consapevoli possiamo indurre in noi stessi un grado di rilassamento mai raggiunto in precedenza.

La condizione che vogliamo vivere in questi minuti, che desideriamo approfondire, espandere, migliorare sotto tutti gli aspetti, è una coscienza ben attenta e tranquillamente rilassata. Una coscienza in cui la percezione fisica di noi stessi è regina. Un vuoto mentale in cui le direttive dell’esercizio possano risuonare chiare. Quando si presenteranno dei pensieri (ed all’inizio sono facilmente frequenti) saranno ignorati, tornando presto nella condizione di vuoto, di “carte blanche”, come definita da un ricercatore. In questo silenzio mentale è possibile esplorare e conoscere il nostro corpo come mai ci è stato concesso prima.

Assumiamo quindi la posizione che più ci risulta comoda. Soprattutto le prime volte la migliore è quella supina. In seguito, una volta divenuti bravi, riusciremo a rilassarci anche in piedi, ma per ora approfittiamo della comodità di un letto. Dopo un profondo respiro, ci isoliamo dall’esterno chiudendo gli occhi e ci ascoltiamo, ci sentiamo. Iniziando dalle gambe, continuando col tronco, poi con le braccia, per finire con le spalle, la nuca e la testa, esploriamo tutto il nostro corpo e lo rilassiamo, distendendone tutti i muscoli. Raggiungiamo una condizione di piacevole benessere. Poi, se ancora qualche pensiero insiste nel presentarsi, lasciamo che svanisca, senza alcuna reazione da parte nostra. Per un po’ ascoltiamo soltanto il nostro corpo.

La sensazione di benessere si estende ed allora godiamone maggiormente con un lieve sorriso. Nel nostro corpo ci sono delle strane e straordinarie corrispondenze. Ogni punto del nostro viso comunica con una corrispondente parte del corpo. Se il nostro viso sorride, tutto il nostro corpo sorride (1). Concediamo allora al nostro intero essere qualche minuto di benefico sorriso. Il nostro corpo nel piacere si risana e si sviluppa, nella tensione e nello sforzo si affatica e si rovina: impariamo dunque ad agire con efficacia pur rimanendo in una condizione piacevole.

Pur essendoci prefissi di raggiungere uno stato di tranquilla distensione, è preferibile dapprima compiere l’esercizio e solo alla fine concedersi più tempo nel godere del più alto grado di rilassamento raggiunto. Eseguendo la procedura senza interruzioni possiamo apprenderla facilmente e rendere ottimale la nostra pratica. Ora, in quel vuoto mentale che abbiamo dinanzi, facciamo comparire le parole della prima formula:

IO SONO CALMO E DISTESO, CALMO E DISTESO, CALMO E DISTESO.

Le vediamo apparire come fossero tracciate con un gessetto che lascia un segno luminoso su una lavagna scura. Le pronunciamo mentalmente e lasciamo che il nostro corpo si sintonizzi, risuoni col significato in esse contenuto. Il corpo si adegua facilmente ad un suggerimento pacato e positivo, per cui otterremo molto presto la distensione annunciata. E’ opportuno, nelle prime due settimane di apprendimento, limitare la pratica fino a questo punto. Ciò che stiamo apprendendo è un metodo possente ma è preferibile sia avviato lentamente, prendendo confidenza poco per volta con la sua procedura e con noi stessi.

Ben appresa la distensione preliminare, passiamo ad ascoltare il nostro respiro. Stavolta, pur lasciando che il corpo respiri normalmente, come meglio gli si confà, ci suggeriamo, tracciandole e guardandole sempre con l’occhio della mente, le parole:

LENTO E PROFONDO, LENTO E PROFONDO, LENTO E PROFONDO.

Non operiamo alcun cambiamento con la volontà, ma anche stavolta aspettiamo che il corpo accolga, gradisca il nostro suggerimento adeguandovisi. Non v’è alcun dubbio che questo avvenga. Anche se inizialmente possono non notarsi dei cambiamenti, con la pratica l’effetto della suggestione (dal latino suggestionem: suggerimento) si manifesta automaticamente. Tutto ciò che vive tende a risuonare con le energie che ha accanto. Così, se nella nostra mente risuonano parole che comunicano un senso di calma, di tranquillità, il corpo non può fare a meno di adeguarvisi, comunicando a sua volta alla mente le stesse sensazioni. Una volta innescato, questo circolo benefico agirà sempre più profondamente in noi. Alla base di tutto c’è sempre una pratica costante e fiduciosa.

Una piccola nota sulla respirazione. Questa ha una peculiare caratteristica che la distingue dalle altre funzioni primarie del nostro corpo, quali, ad esempio, la frequenza cardiaca, il processo digestivo, il metabolismo, la temperatura. La respirazione è elemento di congiunzione tra il nostro essere profondo, di cui non siamo consapevoli e che non ci è possibile governare, e la parte di noi che affiora in superficie sul mare della nostra coscienza, quella parte di cui possiamo disporre e muovere a nostro piacere. La respirazione si compie sia autonomamente, per una volontà inconscia, sia per nostra volontà cosciente. Poiché tutto nel nostro corpo è intimamente connesso, tramite la respirazione possiamo comunicare con la nostra parte inconscia e normalmente autonoma. Suggestionando la respirazione modifichiamo tutti gli altri processi cui non possiamo accedere direttamente. Per questo motivo, compiendo per primo l’esercizio della respirazione, veniamo a predisporre nel migliore dei modi il nostro terreno perché possa poi essere convenientemente lavorato dai successivi esercizi.

Alla suggestione sul respiro segue una formula che ripeteremo sempre eguale dopo ogni esercizio:

IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

Questa formula rappresenta un punto fermo cui riferirsi durante tutta la pratica. Gli esercizi possono essere compiuti solo in una condizione di calma distensione e la presenza stessa del sorriso è chiaro segno del buon andamento generale. Qualora ci si sorprenda con una smorfia sul volto nessuna paura: si ristabilisce la giusta, ideale condizione e si riprende con maggiore consapevolezza di prima. Come è necessario esercitarsi per imparare a leggere e scrivere, così lo è per apprendere questo nuovo linguaggio psicofisico. Provando e riprovando tutto diviene decisamente facile.

Mentre l’esercizio si svolge, la qualità della nostra coscienza muta. L’attenzione a tutto ciò che avviene si trasforma in una semplice, rilassata consapevolezza. Ci limitiamo a notare le cose che accadono senza desiderarle o respingerle. Una pura, serena coscienza, null’altro. Anche l’apprendimento dell’esercizio sul respiro dura all’incirca due settimane. Passiamo, quindi, alla suggestione della pesantezza. Spostiamo la nostra attenzione dal respiro estendendola a tutto il corpo. Ci suggeriamo il suo divenire:

PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE.

Beninteso: non si tratta di evocare una sensazione opprimente ma una piacevole pesantezza. Allontanando ogni volontà dal corpo, questo si abbandona alla forza di gravità, adagiandosi e distendendosi ancor più. Partendo dai piedi, giungendo fino alla testa, esploriamo le membra una ad una; esse ci appaiono incollate dove poggiano ed un senso di resa totale al mondo ci prende con conseguente sollievo. Per aiutarci nel procedimento suggestivo possiamo ricordare un oggetto tipico per la sua pesantezza, una grossa pietra o del piombo, ed immaginare di essere divenuti di una tale sostanza. Ciò che importa è richiamare alla mente l’essenza, lo spirito della pesantezza. In questo modo essa si diffonde liberamente in tutto il corpo. Già con l’esercizio del respiro il corpo si è rilasciato, divenendo pesante; ora, con il suggerimento specifico, lo diviene ancor più. E’ da notare come distensione e pesantezza hanno molto in comune. L’etimologia stessa del verbo “pesare” ci mostra che esso deriva dal latino “pendere”, che ha identico significato del corrispondente termine della lingua italiana. Un “peso” è davvero qualcosa di appeso, abbandonato. Proprio un totale abbandono è lo scopo del nostro esercizio.

Anche qui, al termine dell’induzione della pesantezza, ripetiamo l’affermazione:

IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

Essa diviene vera, se già non lo fosse, per il fatto stesso di averla pronunciata.

Considerando l’aspetto fisiologico dell’abbandono, l’effetto più palese è il miglior fluire di tutte le linfe vitali, il sangue per primo, in conseguenza dell’eliminazione delle contratture muscolari. Liquidi e fluidi del corpo irrorano ogni sua più piccola parte e la diffusione capillare di queste energie provoca un leggero aumento della temperatura. Ottima cosa, questa, ed è proprio ciò cui mira specificamente l’esercizio seguente. Esso induce nel corpo una piacevole sensazione di calore:

CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO.

Questa volta richiamiamo alla mente il ricordo di una sensazione di calore che può essere quello percepito in una meravigliosa giornata di sole, al mare, oppure quello goduto davanti ad una brillante fiamma nel camino. Anche qui induciamo il calore a partire dagli arti inferiori. Le masse muscolari più grandi vengono meglio percepite e ciò ci facilita il lavoro iniziale. Per suggerire meglio il calore alle nostre gambe, le prime volte possiamo coprirle con una coperta, in modo da conoscere, apprendere il più possibile quel tepore per poterlo poi rievocare anche senza coperta. Quando iniziamo a sentire il calore diffondersi nelle gambe possiamo estenderlo al tronco, alle braccia, ma non alla testa che, come vedremo tra poco, subisce già un diverso trattamento.

Entrambi gli esercizi della pesantezza e del calore vanno bene appresi prima di passare oltre e, per ognuno, due settimane rappresentano un tempo minimo di conoscenza quantomeno iniziale. Passato questo periodo continuiamo a perfezionarli durante una esecuzione cui man mano aggiungiamo altre suggestioni. Ripetiamo nuovamente le parole:

IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

Ogni volta che ripetiamo questa formula il sorriso si materializza sul nostro volto con sempre maggiore convincimento. Si attua così una decontrazione dei muscoli facciali e lentamente di quelli dell’intera testa. Rivolgiamo l’attenzione agli occhi, alla fronte, alle tempie e lasciamo che anch’esse si distendano placidamente. E’ a questo punto che ci accorgiamo di una apparente stranezza. Il rilassamento del nostro intero essere ha l’effetto di indurre pesantezza e calore in tutto il corpo tranne che alla testa. Qui, autonomamente, senza alcun nostro intervento suggestivo, si stabilisce una sensazione di leggerezza, di freschezza. La spiegazione di questo fenomeno è piuttosto semplice e va brevemente illustrata.

Quando un uomo si trova in una situazione difficile, davanti ad un ostacolo che gli sbarra il cammino, egli si tende, si contrae in misura proporzionale alla difficoltà che ha davanti, preparando in tal modo tutto se stesso all’impegno che lo attende. Questa contrazione si verifica massimamente nella parte del corpo ricca di muscoli: dappertutto tranne che nella testa, la cui sommità, soprattutto, dispone di muscolatura in quantità e dimensione di molto inferiori al resto del corpo. Avviene allora che la contrazione nella parte bassa, negli arti e nel tronco, spinga, invii una maggiore quantità di sangue ed altre energie vitali verso l’alto, alla testa, che in tal modo subisce un leggero aumento di temperatura rispetto al suo solito. “Testa calda” si dice di chi si abbandona a rabbia od altro forte sentimento, tanto da procurarsi una tensione, fisica e mentale. Per contro, di colui che si trova a suo agio ed in perfetta salute si dice che ha “piedi caldi e testa fredda”. Con tali parole la saggezza popolare sottolinea una condizione di totale distensione così che i grandi muscoli della parte inferiore del corpo richiamano a sé le energie, alleggerendo e rinfrescando testa e mente. Col sorriso completiamo il nostro rilassamento ed agevoliamo questo processo di sbocco e deflusso verso il basso delle nostre energie. Da sempre proverbi e detti popolari ci ricordano l’importanza di un sorriso. Ora possiamo notarla anche noi, sperimentandone i positivi effetti su noi stessi. Concediamoci, allora, di sorridere con maggiore frequenza e consapevolezza durante il nostro vivere quotidiano.

Siamo giunti alla fase di ascolto del battito del nostro cuore. E’ possibile che accada di non percepire subito il battito dove esso si verifica bensì in un’altra zona del corpo, lungo il percorso del sangue. Possiamo allora aiutarci ponendo la mano sinistra sul torace nella zona cui corrisponde il cuore. Percepito il battito con la mano ne approfondiamo l’ascolto dentro di noi rendendo presto inutile questo ausilio. In ogni caso suggeriamo al nostro cuore di essere:

CALMO E REGOLARE, CALMO E REGOLARE, CALMO E REGOLARE.

Anche qui troviamo la strada spianata: respirazione e battito sono così collegati che avendo già reso calma la prima anche il secondo avrà subìto la stessa modificazione. Ad ogni modo, offrendogli ulteriore calma e regolarità, il nostro apparato cardiocircolatorio ne beneficerà sicuramente (2). Appare chiaro, a questo punto, l’enorme potere contenuto nelle parole: siamo abituati a pronunciarne così tante, forse anche in fretta ed alla rinfusa, che non ci accorgiamo dell’effetto che ognuna di esse ha su di noi e su chi altri le ascolta. Un risultato importante di questi esercizi è proprio quello di farci rendere conto di come operiamo una inconsapevole suggestione verso noi stessi e gli altri durante tutto l’arco della giornata. Ora, finalmente, possiamo divenire padroni della capacità suggestiva delle nostre parole, facendone un uso più consapevole e costruttivo. Ripetiamo ancora l’affermazione che fa da filo conduttore:

IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

Siamo giunti ora all’esercizio conclusivo: esso verte sull’addome. Questa zona del corpo riveste una importanza fondamentale per lo sviluppo dell’essere umano. L’addome, soprattutto la sua parte inferiore, nei pressi dell’ombelico, è il centro dell’essere umano, il punto attorno al quale esso nasce e si sviluppa nel grembo materno. E’ il cordone ombelicale ad alimentarci, a soffiarci dentro la vita, prima di nascere, ed attorno ad esso cresciamo e ci sviluppiamo, ci espandiamo come un palloncino. Anche poi, una volta nati, il nutrimento, la vita stessa, giunge e sosta nell’addome prima di poter essere distribuito a tutto il corpo. Pensando all’uomo come ad un albero, riconosciamo nell’addome le sue radici: è l’addome che assorbe linfa vitale dalla terra madre, il cibo, frutto della terra, terra esso stesso. Solo successivamente la linfa si distribuisce lungo il “tronco” e per ultimo giunge ai rami: gli arti e la testa. Tutta l’energia del cibo viene da lì, dall’addome. Se gli arti e la testa disperdono verso l’esterno l’energia dell’essere umano, l’addome la raccoglie, la concentra in sé e gliela restituisce.

Oggi, nella nostra civiltà, l’importanza di una simile parte del corpo è sminuita ed il suo ruolo schernito in molti modi. La testa, col suo nobile contenuto di materia cerebrale, ha provveduto sapientemente e perfidamente ad offuscarne capacità e virtù. Eppure perfino la qualità dei nostri pensieri è strettamente interconnessa allo stato dei nostri visceri: se questi vivono una condizione di debolezza ed incapacità, il cervello non potrà che trovare identica sorte, avendo come unico nutrimento quello fornitogli dall’addome. Chi, ad esempio, avendo difficoltà digestive, sarà in grado di dedicarsi con facilità e successo ad un lavoro mentale o che richieda comunque una certa cura?

Ed allora dimentichiamo per qualche minuto ciò che limitati modelli di comportamento ci spingono normalmente a fare e pensare, e rivolgiamo tutta la nostra attenzione alla nostra pancia. Limitiamoci per un attimo ad ascoltarla, familiarizzando con essa; induciamovi poi una dolce sensazione di calore. Sentiamo il nostro addome divenire:

CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO.

Una volta pronunciata la formula, rimaniamo in semplice ascolto percettivo dell’addome, concentrando l’attenzione, sempre vigile pur rilassata, in un punto leggermente sottostante l’ombelico. Si tratta di un punto molto significativo, individuabile circa 4 -:- 5 cm. sotto l’ombelico e 3 -:- 4 cm. all’interno del corpo. In questo punto si trova il centro di gravità dell’essere umano, considerato in una posizione equilibrata e simmetrica, in piedi o sdraiato, vale a dire un punto di grande rilevanza per l’equilibrio dinamico di una persona. Non solo: questo punto è anche il nostro centro di forza muscolare. Ogni movimento che noi compiamo ruota intorno a questo fulcro: sia che si cammini, sia che si afferri un oggetto con le mani, sia che si muova pur leggermente la testa, il movimento si ripercuote fino a questo punto dell’addome, continuando nelle membra del corpo oltre esso con rigorosa specularità. Le culture orientali hanno da sempre attribuito a questo punto dell’addome, centro energetico, dinamico, muscolare, la necessaria attenzione. Ora lo facciamo anche noi e, non avendo nella nostra lingua un nome designato a definirlo, lo chiameremo col nome assegnatogli dal popolo giapponese: Hara (3).

Rivolgiamo dunque l’attenzione nell’Hara, nel centro di noi stessi. Ben presto si sentono brontolii e borbottii provenienti dai nostri organi e visceri. Segno concreto, questo, che anch’essi stanno distendendosi e rilassandosi. Il senso di benessere che proviamo ci comunica che tutto si svolge per il meglio.

Normalmente viviamo con l’attenzione rivolta quasi completamente verso il mondo esterno. Una vita sana è però frutto di equilibrio ed armonia. E’ giusto allora che parte della nostra attenzione venga rivolta al nostro corpo, non soltanto sotto forma di pensiero razionale, ma anche come pura, semplice, ma non per questo meno importante, percezione fisica. E’ proprio la percezione fisica che ci permette di conoscere e governare meglio il corpo e, se il campo della nostra coscienza fosse occupato da una folla di pensieri, non potremmo godere di sufficiente sensibilità. L’allenamento che stiamo compiendo ci consente di ristabilire tale equilibrio percettivo (4). E’ opportuno inoltre segnalare ancora una particolarità riguardante l’Hara. Gli esercizi qui esposti sono quanto di più sereno e benefico possa esistere tra le pratiche psicofisiche conosciute dall’uomo. Tuttavia si possono verificare degli episodi in cui si prova fastidio od addirittura un leggero dolore in parti variabili del corpo. E’ possibile, infatti, che la nostra attenzione percettiva avvii un processo fisiologico eccessivo lì dove viene diretta. E’ allora sufficiente attivare una prassi che elimina ogni possibile disturbo. Si tratta di spostare la propria attenzione dal punto dolente, dirigendola sull’Hara. Il fastidio sarà presto scomparso e ristabilito il benessere. Simili episodi ci renderanno ancor più fiduciosi sul silenzioso potere della nostra attenzione e ci chiarirà anche il perché la sezione dedicata all’addome sia stata posta a conclusione dell’intero esercizio. L’Hara, stando alla millenaria osservazione degli specialisti in tecniche psicocorporee dell’antico Oriente, così pure come alla modesta esperienza di chi scrive, è la parte del corpo che maggiormente è in grado di beneficiare, senza controindicazioni, di ciò che comincia a rivelarsi essere una prodigiosa energia: la nostra percezione. Concludere la nostra pratica facendo confluire questa energia nell’Hara consente di eliminarne eventuali eccessi o ristagni dal resto del corpo. Ripetiamo ancora la prassi in grado di eliminare eventuali fastidi durante la pratica del TA: concentrare la propria vigile e rilassata attenzione nell’ascolto sensoriale del punto dell’addome denominato Hara (5).

Ripetiamo la nostra formula di base:

IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

L’esercizio è giunto nella fase finale ed il rilassamento ed il benessere raggiunti possono ora essere goduti a volontà. Nel caso si tratti dell’esercizio serale, praticato prima di addormentarsi, potremo lasciarci scivolare direttamente in un sonno che sarà profondamente ristoratore. Qualora dovessimo tornare alla vita attiva, sarà invece necessario compiere una fase di ripresa. Durante le prime esecuzioni dell’esercizio non si notano grandi differenze tra la condizione raggiunta e quella di normale vita attiva. Col tempo si crea però un divario fisiologico che tende a crescere continuando nella pratica, fino a che i ritmi del corpo risultano chiaramente rallentati. A questo punto evidenti variazioni nella nostra fisiologia possono essere rilevate anche con una strumentazione scientifica. La pressione del sangue subisce un calo, frequenza cardiaca e respirazione rallentano e lo stesso dicasi per l’attività cerebrale. Questa, evidenziata tramite un elettroencefalogramma, risulta procedere ad un ritmo intermedio tra quello tipico dello stato di veglia e quello del sonno profondo. Di regola, comunque, si hanno tutte le modificazioni conseguenti ad un buon sonno. Se appena svegli non si può chiedere il massimo a noi stessi, identica cosa avviene dopo una seduta di TA portata a buon compimento. Provvediamo allora a fare un respiro profondo, muovendo braccia e gambe dolcemente. Sbadigliamo e ci stiracchiamo proprio come dopo aver dormito. Ci solleviamo lentamente dalla posizione supina, contraiamo e distendiamo ancora tutti i muscoli, ci muoviamo un po’, scuotendoci e massaggiandoci. L’esercizio è così terminato e dopo qualche minuto possiamo tornare ad una piena attività, perfettamente rinvigoriti.

Come ultimo suggerimento, ultimo nella trattazione ma senza dubbio di primaria importanza, si vuole ricordare che il buon senso personale è bene regni sempre sovrano. Mai ricorrere ad una qualche forma di costrizione o forzatura, ricordando che il principio fondamentale cui dobbiamo costantemente riferirci è che un senso di benessere indica successo, malessere indica un comportamento che in qualche modo e misura va modificato. Principio, questo, che potrà accompagnarci fruttuosamente anche oltre l’allenamento al rilassamento, in tutte le espressioni della nostra vita.




Il Buddha d'oro © Atmara Rebecca Cloe. Per gentile concessione dell'Autrice.


NOTE


(1) Qualcuno, forse, all’inizio dell’apprendimento del metodo, avrà una qualche difficoltà nel sorridere, dovuta probabilmente ad una educazione eccessivamente rigida, austera. In breve tempo, però, arriverà a sorridere di questa sua incapacità. A quel punto potrà sorridere di tutto ed alla fine giungerà a sorridere per nulla. In tal modo avrà compreso il senso profondo dell’esercizio che è sorridere senza alcun motivo, gratuitamente, per il puro piacere di farlo.

(2) Nella suggestione rivolta al battito del cuore si badi a non suggerire “lentezza” che potrebbe, alla lunga, provocare dei danni piuttosto che dei benefici. L’esercizio del cuore presuppone una certa delicatezza e consapevolezza durante la sua esecuzione, a causa della sensibilità emotiva manifestata da alcune persone nella percezione dell’organo. Tale esercizio può risultare addirittura sconsigliabile a coloro che presentano anomalie cardiache o sensibilità esasperata.

(3) Il popolo giapponese non è l’unico ad avere attribuito un nome specifico a questo punto, cui, per altro, non corrisponde nessun particolare elemento nella fisiologia dell’essere umano. Il popolo cinese l’ha denominato Tan Tien ed in India gli antichi maestri di Yoga lo chiamarono Swadhistana Chakra.

(4) Nel celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci raffigurante un uomo ideale posto all’interno di un cerchio, l’ombelico, centro dell’uomo, coincide esattamente con il centro del cerchio raffigurante la sua sfera d’azione. Sarà cosa opportuna procurarci una copia di tale disegno e trovarle un posto davanti ai nostri occhi per ricordarci del nostro centro energetico, dinamico, muscolare. La percezione dell’Hara anche durante i movimenti della quotidianità è una tecnica preziosa per regalarci equilibrio e sicurezza psicofisica.

(5) Per avere più estese indicazioni sulla necessità di concludere ogni pratica psicofisica concentrandosi sull’Hara consultare Tao Yoga, libro di un ricercatore orientale, Mantak Chia, trasferitosi da lungo tempo negli Stati Uniti. Tao Yoga è edito dalle Edizioni Mediterranee. In un caso esemplificativo, al terzo mese di pratica, si verificava un dolore al capo localizzato nella tempia destra ed un fastidio pronunciato alle ghiandole salivari. Col tempo tale inconveniente cresceva al punto da compromettere l’intero esercizio. Si rimediò spostando l’attenzione sull’Hara, fissandovela per qualche minuto. In seguito dopo circa sei settimane, si poté riprendere la pratica normale. Superato il momento critico, forse di congestione, le parti tornarono, infatti, al loro funzionamento normale. Fu notato anzi un chiaro miglioramento delle funzioni delle ghiandole salivari. La saliva secreta durante l’esercizio diveniva particolarmente abbondante, dolce e profumata. Fenomeno ben conosciuto dagli antichi ricercatori orientali, che chiamarono questa particolare saliva con nomi del tipo “Nettare degli Dei” o “Dolce rugiada”, è stato ultimamente rilevato anche da ricercatori occidentali moderni, che hanno trovato particolari principi attivi benefici nella saliva dell’essere umano in profondo rilassamento.



PROCEDURA PER LA PRATICA DEL RILASSAMENTO PROFONDO

1 - Al momento propizio, in un posto tranquillo, riservo 10 minuti all’esercizio. Contraggo e distendo tutti i muscoli, muovo, scuoto e massaggio il corpo. Assumo la posizione più comoda.

2 - Respiro profondamente, chiudo gli occhi, sento il mio respiro tornare normale. Rilasso dolcemente tutti i muscoli del mio corpo. Tutto il mio corpo si rilassa, si distende, si abbandona piacevolmente. La mia mente si libera di tutti i suoi pensieri, li disperde via lontano. Il mio viso si distende nel sorriso.

3 - Mi raffiguro le parole:

IO SONO CALMO E DISTESO, CALMO E DISTESO, CALMO E DISTESO.

4 - Ora sento il mio respiro divenire:

LENTO E PROFONDO, LENTO E PROFONDO, LENTO E PROFONDO.
ED IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

5 - Ora sento tutto il mio corpo divenire:

PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE, PESANTE.
ED IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

6 - Ora sento tutto il mio corpo divenire:

CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO.
ED IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

7 - Ora percepisco il mio cuore che batte:

CALMO E REGOLARE, CALMO E REGOLARE, CALMO E REGOLARE.
ED IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

8 - Ora percepisco il mio addome e lo sento:

CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO, CALDO.
ED IO SONO CALMO E DISTESO COL VISO NEL SORRISO.

9 - Respiro profondamente, mi metto a sedere, mi alzo lentamente. Contraggo e distendo tutti i muscoli, muovo, scuoto e massaggio il corpo.

L’esercizio è terminato.



INDICAZIONI PER L’APPRENDIMENTO

L’esercizio viene eseguito 2 o, preferibilmente, 3 volte al giorno:

- al mattino
- prima o dopo il pasto di mezzodì
- alla sera


Inizialmente si esegue la procedura fino alla sezione 3, inclusa, saltando le altre e terminando con la 9. I passi di tale procedura devono essere ben appresi e praticati con successo. Si aggiunge, allora, la sezione 4 e si pratica finché anch’essa diviene parte integrante di noi.

Via via si aggiungono le restanti sezioni fino al compimento dell’intero esercizio. Lo sviluppo di tale pratica va perseguito lungamente. Il Training Autogeno può regalare al suo praticante benefici viepiù crescenti nel tempo.

La costanza è un fattore determinante per raggiungere ogni successo.



NOTA DI RIFERIMENTO AL TRAINING AUTOGENO DI J. H. SCHULTZ

La procedura seguita in questo Training per il raggiungimento del rilassamento profondo è leggermente diversa da quella concepita ed utilizzata da J. H. Schultz. Tre sono i punti di differenziazione. Il primo che si incontra lungo la procedura è l’introduzione della suggestione del sorriso. Il metodo originale di Schultz prevedeva un esercizio espressamente rivolto alla testa, eseguito in chiusura di pratica. La suggestione indotta era: “fronte fresca e distesa”. Si è ritenuto opportuno sostituirla con la periodica ripetizione “io sono calmo e disteso col viso nel sorriso” in quanto, da ricerche compiute su persone che da tempo praticano il TA, è emerso che la formula originaria non ottiene risultati degni di rilievo. Al riguardo nello stesso Il training Autogeno di J. H. Schultz (pag. 126), come pure nel suo Quaderno di esercizi per il Training Autogeno (pagg. 33, 34), entrambi editi da Feltrinelli, vengono riportate, espresse dallo stesso autore, evidenti perplessità. La freschezza della fronte sembra essere un fenomeno indotto prevalentemente dal rilassamento del corpo. Se intervenendo sulla fisiologia di quest’ultimo si riesce a modificare quella della testa, è invece assai più difficile ottenere l’inverso. Inducendo ripetutamente sul volto il sorriso, si prende coscienza della testa aiutandola a decontrarsi; allo stesso tempo si effettua un’opera di sdrammatizzazione dell’esercizio e dell’intera situazione, cosa quasi impossibile ai tempi della nascita del Training Autogeno, quando si attribuiva ancora una eccessiva fiducia ad una atmosfera curativa decisamente seriosa. Riguardo ai benefici che si ottengono praticando il sorriso, è preziosa la lettura di Tao Yoga (con particolare riferimento alle pagine 41 - 50), opera già citata.

Altro punto di differenziazione dal TA di Schultz è l’esercizio del respiro anteposto a tutti gli altri: nella sequenza originale era il quarto, posto dopo l’esercizio della pesantezza, del calore e del cuore. Si è preferito modificare la sequenza poiché il respiro è una delle funzioni di maggior importanza del nostro corpo e di essa è molto facile prendere coscienza. Tutte le pratiche psicofisiche orientali (Yoga, Tai Chi Chuan, Chi Kung, Do In ...) così pure quelle occidentali (l’Igiene, la Kalogathia, la Ginnastica ...) pongono per altro l’attenzione primariamente sul respiro ed anche i più rigorosi sostenitori del TA convenzionale si trovano spesso concordi nell’assegnare all’esercizio del respiro un posto di maggior privilegio rispetto a quello attribuitogli da Schultz. Vedi ad esempio quanto riportato sul Manuale di Training Autogeno di Bernt H. Hoffmann (in particolare pagg. 238, 239) edito da Ubaldini. Va comunque notato che ai fini del buon svolgimento della pratica è importante non tanto l’ordine della sequenza, che può essere anche modificata basandosi sul caso specifico, avendo ogni essere umano una sua peculiarità, quanto il concentrarsi sui diversi aspetti caratterizzanti il rilassamento profondo evidenziati nelle formule suggestive, considerandoli singolarmente, uno ad uno.

Se l’ordine dei primi esercizi può subire variazioni, quello conclusivo deve essere necessariamente incentrato sull’addome, come già spiegato nel commento alla procedura. La terza differenziazione dal metodo convenzionale è proprio l’aver attribuito la dignità di concludere la pratica all’addome, all’Hara per l’esattezza, piuttosto che alla testa, come stabilito a suo tempo da Schultz.

E’ realmente impossibile condensare in poche frasi concetti universalmente validi ed efficaci. Schultz è comunque andato molto vicino a questo obiettivo ideale: è riuscito a sintetizzare in poche formule conoscenze racchiuse in intere biblioteche. Soprattutto ha fornito loro la chiarezza e la precisione di una preordinata sequenza e ciò ha permesso alle tante persone che in questo secolo hanno seguito il suo metodo di ottenere agevolmente, con sicurezza, un consistente aumento di benessere e serenità. Per l’enorme mole di lavoro che egli compì, dapprima per operare questa sintesi, poi per permettere agli altri di beneficiarne, noi guardiamo a lui con rispetto e gratitudine.



NOTA CONCLUSIVA

Quando ci si accinge ad un qualche compito l’uso di virtù quali la gentilezza, la mitezza, la delicatezza favorisce sempre ottimi risultati. Se questo è vero quando si ha a che fare col mondo esterno lo è ancor più quando ci poniamo in contatto con noi stessi. Accingendoci a praticare l’esercizio, teniamo bene a mente questo principio e non soltanto eviteremo ogni difficoltà ma andremo incontro a sicuro successo.

Ad ogni buon conto, per qualsiasi dubbio o complicazione, ci si rivolga senza indugio ad un trainer esperto. Su AURA, Guida alla New Age, che si può richiedere all’Editore Gian Marco Bragadin, C.so Vercelli, 51 - 20144 Milano, tel. 02/4987484, si potrà trovare l’esperto più vicino al luogo della propria residenza.



BIBLIOGRAFIA

CHI KUNG Yang Iwing Ming - Mediterranee
CI KUNG Yogamurti, Salimei - Mediterranee
DALLO YOGA AL TRAINING AUTOGENO Alberto Cedriano - MEB
GUARIRE SE STESSI Kurt Tupperwein - Siad
HARA Karlfried Von Durckheim - Mediterranee
IL TAO DEL TAI CHI CHUAN Jou Tsung Hwa - Ubaldini
IL TRAINING AUTOGENO J. H. Schultz
IL TRAINING AUTOGENO PER LA QUIETE PSICOSOMATICA Valerio Albisetti - Paoline
IMPARO LO YOGA André Van Lysebeth - Mursia
LA CONSAPEVOLEZZA DEL RESPIRO Buddhadasa - Ubaldini
LA POTENZA DEL PENSIERO Swami Sivananda - Edizioni Babaji
LA SCIENZA DELLO YOGA I. K. Taimni - Ubaldini
LA SCUOLA DELLA RESPIRAZIONE Itsuo Tsuda - Sugarco
MEDICINA ALTERNATIVA Luciano di Nepi - Newton Compton
MEDICINA TIBETANA DEL CORPO E DELLA MENTE Terry Clifford - Mediterranee
NATUROTERAPIA E YOGA Sarasvati - Mursia
PRANAYAMA André Van Lysebeth - Astrolabio
PSICOCIBERNETICA Maxwell Maltz - Astrolabio
TAO YOGA CHI KUNG DELL’ENERGIA Mantak Chia - Mediterranee
TAO YOGA Mantak Chia - Mediterranee
TECNICHE DEL CORPO Huard, Wong - Mondadori
TECNICHE DELLA MEDITAZIONE ORIENTALE Claudio Lamparelli - Mondadori
TEORIA E PRATICA DEOL PRANAYAMA Iyengar - Mediterranee
TRAINING AUTOGENO Bernt H. Hoffmann - Astrolabio
YOGA Aldo Saponaro - Edizioni della Specola
YOGA METODO DI REINTEGRAZIONE Alain Danielou - Ubaldini







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