Non passa giorno senza che spunti un "nuovo" programma pollitico. Le parole son sempre le stesse: ambiente, transizione energetica, innovazione, riforme, semplificazione, diritti a questi, diritti a quelli, doveri per nessuno (se no chi ti vota?) ma tante tasse, questo sì. Alla fine tutto si risolve prendendo soldi a tanti e dandoli a pochi, gravando sui deboli e sostenendo i forti. Davvero è ancora tempo di questi sopraffini programmi pollitici? O non è piuttosto tempo di riorganizzare il Paese, la società, noi stessi? In un modo che la si smetta di tirare ognuno la coperta dal suo lato, verso le proprie convinzioni, i propri interessi, rinunciando alla parzialità in favore d'una società integra: che sia in grado da sé di funzionare benissimo, alla perfezione, capace d'imboccare sempre la via giusta, ponderandola e raffinandola quanto occorre, al fin di soddisfare ognuno, senza che si abbiano lamentele o proteste.
In fondo un aereo, un'auto, un telefono, un televisore, funzionano benissimo grazie ad un progetto ben concepito, di certo non sulla base di programmi pollitici: di opinioni e sperequazioni. Per questo funzionano e pure bene, altrimenti non darebbero segni di vita.
Ed allora diamo alla società un progetto evoluto, all'altezza dei tempi, di livello almeno pari alla tecnologia di cui godiamo. Ed a questo proposito notiamo che la scienza è avanzata venendo sospinta dalla garanzia del premio per i migliori grazie al sistema dei brevetti industriali. Al contrario la società è rimasta bloccata dalla garanzia della punizione per i migliori, per via di un sistema basato sul populismo elettorale. Da tempo si sarebbe dovuto rivelare che la Democrazia non poggia affatto sulle consultazioni popolari bensì su una permanenza nel pubblico limitata nel tempo. Invece proprio lì dove la cultura, conseguentemente tutto l'ambito umano, sarebbe dovuta avanzare, quindi nella scuola, nella ricerca, nelle università, è stato edificato un blocco che permane ancora oggi. Perché i docenti, i professori, i ricercatori, non hanno voluto dare spazio alla necessaria temporalità d'un ruolo pubblico, al fine di rimanere nelle "loro" posizioni.
Ma non abbiamo scampo se rimaniamo così. Continuando a selezionare la popolazione parlamentare con elezioni popolari trionferanno sempre rozzezza, sozzeria e superficialità. Perché sarà sempre più facile blandire la folla con melliflue elargizioni e lanciare improperi contro i propri avversari, piuttosto che costruire una coscienza ed un discernimento, individuali e collettivi, più elevati e raffinati.
Ma se apriamo la Banca dei Pubblici Impieghi, verranno selezionate, in modo del tutto indipendente dalle acclamazioni e simpatie della folla, persone che hanno ogni necessaria competenza ed esperienza per il compito al quale si propongono, dal più modesto dei ruoli al più elevato livello, fino in Parlamento. Non vi saranno più fazioni a sbilanciare la pesa e si farà invece proprio quel che necessita.
Su tutti gli incarichi pubblici continuando a governare il principio della temporaneità per evitare ogni pesante deriva. Competenza, idoneità, preparazione non venendo mai a mancare.
La società va riprogettata dalle fondamenta, non ritoccata ma rifatta da capo, stavolta su basi giuste, quindi solide. Non diretta per di qua o per di là da programmi pollitici che non possono che essere parziali e certamente verranno ribaltati alla prima occasione dalla successiva amministrazione. Occorre impostare le nostre vite sui principi, razionali, scientifici, universali, già sfruttati dalla tecnologia, che così tanti passi in avanti le hanno permesso di compiere. Principi che ora dobbiamo imparare ad usare, uno ad uno, per amministrare e condurre le nostre società. Non v'è via migliore, invero meravigliosa, che dimenticare il fazioso metodo storico (ripetere tutto come è sempre stato) ed abbracciare la via dell'intelligenza obiettiva. Basta vedere come funzionano bene gli aggeggi che usiamo quotidianamente per non avere dubbi sul da farsi.