Mentre alcuni continuano a riporre grande fiducia nel professionismo, spesso solo perché personalmente coinvolti, altri iniziano ad accorgersi delle pecche d'un sistema ciecamente basato su di esso. In verità il professionista si rivela troppo spesso non essere così professionale come si crede. Troppe volte il professionismo tende a cancellare ogni traccia di professionalità, riducendosi ad un mero abbarbicamento all'attività ed al reddito e successo che ne derivano. Non soltanto per il troppo elevato interesse personale ma anche per l'abitudinarietà e ripetizione in cui si scade dopo un certo tempo (e la cecità professionale che ne consegue) oltre che per l'appartenenza a caste ed ordini inerenti quel mestiere, che divengono sempre più meschine e sordide perché sempre meno interessate a far del bene, ad apportare un beneficio ai cittadini ed alla società. Mai denunciando e fermando alcuna stortura che li riguarda.
Il famigerato D.P.R. 380/2001 sarà ricordato per l'eternità come esempio di ogni disvalore dei professionisti.
Ma gli esempi non manca di certo. In ambito legale i professionisti sono tutti così a-professionali da accettare (o non essersi mai accorti de) l'illegalità insita nella cessione in via definitiva d'un bene comune, per giunta d'una comproprietà nazionale, niente di meno che d'una primaria Res Publica quali sono i pubblici impieghi, poteri e redditi. Di fatto i contratti a tempo indeterminato del pubblico impiego sono indebita permanenza d'un uso pre-repubblicano che doveva cadere con l'avvento della Repubblica ed abusivi sono dunque coloro che occupano quei ruoli a vita, poiché viene impedita la comunione del bene, la sua fruizione, il suo godimento, da parte di altri cittadini con pari diritti e requisiti professionali. In oltre tre quarti di secolo, nessun eccelso professionista legale s'è degnato di rendersi conto che la proprietà della centralità era passata di mano: dall'abbattuto stato monarchico al Popolo divenuto Sovrano.
Di fatto questi grandi professionisti, con il loro totale disinteresse nei confronti di una illegittimità così importante, non avendo mai denunciato quello che è un vero e proprio crimine: il furto della Cosa Pubblica (l'Art. 3 della Costituzione parlava chiaro e nessuno invece s'è degnato mai di applicarlo), pur reiterato per decenni, ad opera di alcuni individui (tutti grandi professionisti anch'essi, naturalmente) hanno impedito il sorgere d'una vera Democrazia. Poiché questa si basa proprio sul carattere, sulla funzionalità e sulla giuridica d'una Res Publica che non solo appartiene al Popolo Sovrano ma di conseguenza deve essere pienamente accessibile da esso e partecipata grazie al fondamentale meccanismo della temporaneità, che permette il regolare succedersi di più comproprietari nella fruizione del bene comune. Di fatto ogni legale, tanto all'interno della Res Publica quanto nel privato, peggiore condotta e peggiore figura non la poteva fare.
E' proprio la comunione di quella comproprietà nazionale fatta di codici, enti, istituzioni, beni, proprietà, risorse, impieghi, poteri, redditi, un sacro bene comune curato solidarmente da ogni cittadino, ognuno in cambio ricevendo il diritto di goderne paritariamente, a distinguere una tirannide dalla Democrazia. E costoro, questi grandissimi professionisti, non hanno trovato di meglio da fare che tacere! Due essendo le possibilità: o perché inetti o perché artefici/complici della truffa di più vasta portata mai perpetrata sulla Terra. Non si poteva fare finta di nulla davanti all'Art. 3 della Costituzione, davanti alla qualifica di Repubblica e Democrazia che erano state legate al nostro Paese. Non si poteva tacere davanti a questa piena irregolarità.
E' chiaro che, partendo da una tale paradossale situazione, di totale inadempienza, essendosi mantenuta una centralità tiranna, come la progettarono e vollero il duce ed il re, ogni professionista, d'ogni altra materia, non solo umanista ma anche tecnica, non solo nel pubblico ma anche nel settore privato, s'è sentito legittimato a seguire la stessa strada d'allontanamento dai dettami d'una retta professione (arivedasi il D.P.R. 380/2001). Andandosi a creare quella immane morsa, fatta di pubblico e privato degeneri, tanto abietta quanto aggressiva e vorace da stritolare chiunque. Il privato, facendo leva su d'un finto-pubblico, commissiona leggi a suo esclusivo vantaggio che deprivano vieppiù le persone "comuni", i cittadini, di loro diritti anche fondamentali. Tanto che l'essere umano ha ormai una ben scarsa potestà su di se, sulla propria vita ed suoi beni personali tutti.
Il risultato è la misera vita che patiamo quotidianamente, pure peggiorando il tutto di giorno in giorno.
Il rimedio però c'è ed è pure semplice. Bisogna costruire una vera Repubblica, ditando l'Italia d'un vero pubblico settore: redistribuendo regolarmente i pubblici impieghi, poteri, redditi tutti. In Democrazia il primo dovere d'un addetto alla Res Publica è proprio quello di restituire al Popolo Sovrano, dopo un certo tempo, ciò che gli è stato concesso. Invece i carrieristi pubblici continuano a tenersela tutta per loro, commettendo una corposa serie di reati quali: abuso continuato di potere, furto reiterato della Cosa Pubblica, inganno, tradimento e truffa ai danni dei cittadini, del Paese e del Popolo. Eh sì! Che forse tutti loro si sarebbero potuti disinteressare dell'Art. 3 della Costituzione?! Davvero non c'è stata mafia peggiore di quella che ha impedito l'avvento d'una Repubblica pienamente realizzata ed ha invece mantenuto in vita il vecchio stato monarchico, tiranno, dispotico, ignorante, rozzo.
L'impegno quindi è quello di correggere la centralità. Il privato a sua volta si adeguerà.
Ed allora sì che il professionismo non cancellerà più la professionalità! Allora sì, avviando un'Armonica Rotazione Sociale all'interno delle strutture pubbliche tutta, avviando un vitale processo di osmosi, la Società diverrà un organismo funzionante alla perfezione, senza alcuna forma di corruzione e stortura, bensì auto-risolventesi in modo capillare e continuo.