Coloro che nell'ultimo mezzo secolo, per ruolo assunto, onorato e retribuito, avrebbero dovuto guidare la complessiva evoluzione della nostra società erano e sono ancora oggi i così chiamati "professori". Guaio è che essi stessi per primi facevano e fanno ancora parte di un sistema rimasto indebitamente statalista, sarebbe a dire caratterizzato da una casta di statali, di assunti a vita nei ruoli della Res Publica, anche dopo l'avvento di quest'ultima. I professori, statali essi stessi per primi, non sono stati in grado di vedere e tantomeno di mostrare ad altri ciò che bloccava l'affermarsi della democrazia, ciò che impediva il contributo disinteressato e spontaneo di ognuno. Ciò che la impediva ed ancora la impedisce era ed è infatti esattamente quell'ordinamento che, non solo in Italia ma nel mondo intero, tranne qualche rara e limitata eccezione, assegna a vita i ruoli dell'economia pubblica, sarebbe a dire comunitaria, drogando di conseguenza anche l'ambito privato.
Non mettendo in discussione se stessi ed il retrogrado sistema statalista che li privilegiava, pure monopolizzando quindi l'ambito dell'intervento culturale, i prof delle materie umaniste hanno deviato l'attenzione della collettività in mille e mille modi diversi, tutti comunque inconcludenti se non nell'indegno scopo di confondere ogni mente e di allontanarle da tre questioni d'importanza primaria, una delle quali ci occupiamo in questa occasione *. Proprio così la casta statale, invece di far progredire la società ad un livello evolutivo superiore, si è lasciata precipitare in un complessivo andazzo mafioso, finendo per trascinare in quelle buie voragini dapprima anche un giovane nuovo mondo politico appena nato dopo l'ultima guerra e poi pian piano quasi l'intera società.
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Non a caso una delle più nefaste conseguenze dell'essere rimasti indietro nei fondamenti della nostra organizzazione repubblicana è stata appunto la fuga al di fuori dell'economia comunitaria di attività che mai sarebbero dovute finire in mano privata. Per la fondamentale arretratezza e connivenza dei "baroni" e delle "baronesse", i quali si sono occupati di tutto, di una infinità di inezie, tranne che di ciò che assolutamente urgeva chiarire e ridefinire, il settore privato s'è potuto ingrassare oltremisura finendo per rovinarsi anch'esso. Ed anche oggi, che alcuni di loro sembrano pentirsi e s'infiorettano la bocca con parole come "partecipazione", "democrazia", "equità", "etica", "solidarietà", di fatto non fanno che continuare a dirigere l'attenzione lontano, molto lontano, dall'ottocentocentesco sistema statalista di cui son parte.
Nei fatti i prof hanno creato una confusione totale. Per non aver messo in discussione il sistema prematuramente definito pubblico, per non aver voluto mettere in dubbio il proprio status, indebitamente privilegiato, hanno permesso che un del tutto immaturo mondo politico pretendesse dal settore privato ciò che invece competeva al pubblico, caricando il primo di doveri di cui si doveva far carico il secondo. Ciò che era e doveva rimanere pubblico è stato privatizzato. Ciò che era e doveva rimanere privato è stato macchiato di pubblico. Il ricercatore, ma anche la persona comune, che volesse considerare tutto quanto accaduto negli ultimi cinquant'anni alla luce di questa interpretazione storica, vedrà ovunque intorno a sè farsi una chiarezza letteralmente abbacinante, dopo le tenebre degli ultimi decenni.
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